QUELLA PASSIONE CHIAMATA CALCIO



Lydia Capelli - Quella passione chiamata calcio

QUELLA PASSIONE CHIAMATA CALCIO
di L*y*d*i*a*C*a*p*e*l*l*i


Di origini antichissime, il gioco del calcio ebbe, probabilmente, i natali in Cina nel II secolo d.c. poi in Giappone, spostandosi nel IV secolo d.c. in Grecia e nel Medioevo in Italia. Ma la vera patria del calcio, come ora lo si conosce e lo si pratica, fu l’Inghilterra. Da lì si espanse nella vicina Scozia, nel Galles, nell’Irlanda del Nord e, successivamente, in tutto il mondo.


Da allora, partite amichevoli, campionati nazionali, europei, competizioni internazionali, coppe mondiali hanno fatto sognare ed emozionare milioni di persone. Appassionati di moduli, schemi di gioco e di calciomercato o semplici simpatizzanti del pallone riempiono stadi, bar, piazze.

I calciatori, che siano attaccanti, difensori, portieri o centrocampisti, invadono le pagine dei rotocalchi, non solo sportivi, diventando gli idoli dei ragazzini e gli ambiti fidanzatini delle ragazzine.
La passione per il calcio accomuna bambini e adulti, giovani e vecchi, uomini e donne. L’euforia collettiva si manifesta ad ogni partita dove in gioco ci sono ben più che due semplici squadre rivali a contendersi un titolo.
Per amore della propria squadra del cuore si soffre, si piange, si inveisce, si insulta, si manifesta il lato più violento e aggressivo del proprio carattere. Il comportamento, spesso, è minaccioso e una mancata vincita è motivo di scontro verbale e fisico, pretesto di disagi e frustrazioni individuali. Così, gli stadi, da contenitori di pacifici tifosi, diventano i potenziali luoghi di carneficina, gli arbitri, da direttori di gara garanti delle regole, diventano i bersagli preferiti delle rabbie popolari, gli allenatori, da conoscitori di preparazione atletica, psicologica e tattica, diventano gli unici responsabili di negligenze, ingiustizie, mancanze. Calci di punizione, di rigore, d’angolo, rimesse, falli, fuorigioco sono ragione di accesi dibattiti e furibonde liti che non risparmiano nessuno.


L’entusiasmo e l’amore sconfinato per questo sport è totalizzante e incondizionato anche di fronte a scandali di corruzione, partite truccate, scommesse illecite, compravendite sospette, giocatori e allenatori indagati, dirigenti e presidenti compromessi, nomi di società infangati. Laddove circolano enormi quantità di denaro e d’interessi è inevitabile che qualche mela marcia ci sia offuscando la freschezza e la genuinità della semplice voglia di prendere a calci un pallone. Uno sport liberatorio da sempre sopravvalutato, amato, stimato che ha cresciuto e accompagnato numerose generazioni. Più che un gioco, il calcio è uno stile di vita, un sogno, una meta, un divertimento.

I compensi milionari, i riflettori sempre puntati, la vita da nababbi, complici cronisti e giornalisti, fanno del calciatore un modello da invidiare, da emulare, da seguire. Poco importano gli allenamenti faticosi, le diete da osservare, i ritiri, le trasferte, i sacrifici di una breve carriera tra alti e bassi, gli infortuni, qualche discutibile vizio e leggerezza. L’ostentazione di un’esistenza agiata apparentemente senza pensieri è allettante agli occhi non solo del tifoso sfegatato. La responsabilità del calciatore è, quindi, enorme. Il suo linguaggio, il suo comportamento, i suoi gesti, in campo come fuori, sono messaggi forti.

Agli innumerevoli e sempre più frequenti episodi di violenza hanno fatto da contraltare, negli ultimi tempi, le campagne di sensibilizzazione al rispetto, alla lealtà, alla correttezza. Cornice di ogni evento competitivo, la sportività tenta di riappropriarsi del proprio ruolo e spazio senza dimenticare che, dietro all’immensa industria macina-uomini, agli stipendi spropositati, all'incomprensibile esibizione dei tatuaggi, alle acconciature improbabili, alle fantasiose pantomime, c’è solo un misero mortale con la passione del pallone.

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